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Mappatura - Orientamento di Genere
Considerazioni conclusive

I risultati del censimento confermano le aspettative iniziali relative alla dimensione quantitativa del fenomeno: i documenti censiti non sono molto numerosi, anche se testimoniano comunque un interesse per gli studi di genere e delle donne sia da parte del corpo docente sia da parte di studentesse e studenti. Non sembra, tuttavia, che a tale interesse corrispondano al momento politiche accademiche adeguate alla promozione dell’offerta formativa e della ricerca gender oriented. Nonostante un discreto numero di docenti e studentesse esprima attivamente il proprio interesse per le tematiche di genere, il riconoscimento di uno spazio formale al corrispondente campo di studi resta solo parziale. Vi sono certo alcuni importanti indizi di mutamento (basti pensare ai programmi post laurea di formazione nel settore degli women’s studies oltre che delle pari opportunità); in generale, tuttavia, gli approcci interdisciplinari che si sviluppano attorno ai concetti di “genere” e di “differenza sessuale” trovano al momento uno spazio limitato nelle classificazioni e divisioni disciplinari ufficiali degli atenei.

In tal senso, il lavoro di mappatura delle tesi, delle ricerche e dell’offerta formativa con prospettiva di genere sviluppato dalla ricerca si presenta come forma di valorizzazione dei saperi delle donne. Attraverso il censimento delle informazioni connesse a questi saperi esso mira a rendere accessibile e a impedire la dispersione della conoscenza prodotta; consentendo, per questa via, la produzione di ulteriore conoscenza.

I risultati, come è stato detto, suggeriscono alcuni elementi di conferma delle ipotesi o aspettative iniziali. All’interno di questo quadro non mancano, tuttavia, spunti di particolare interesse. Ad esempio, i due programmi di specializzazione post laurea[1], di durata annuale, dedicati alla formazione nel campo delle pari opportunità e all’approfondimento dei processi formativi attraverso un’ottica di genere risultano particolarmente innovativi non solo per quanto concerne i contenuti dell’offerta formativa, ma anche in un’ottica comparativa rispetto all’offerta esistente su tali temi a livello regionale e nazionale.

Un ulteriore elemento che sorprende positivamente riguarda poi il numero di tesi di laurea censite. Sembra che la mancanza di un’offerta didattica specifica non impedisca alle studentesse (e a qualche studente) che si interessano agli studi di genere, studi delle donne o campi affini, di impiegare una delle poche fasi del percorso di studi tendenzialmente libera per approfondire questi temi. Nei percorsi formativi post-laurea, invece, le opzioni paiono restringersi. Com’è prevedibile, dov’è richiesto maggiore approfondimento e specializzazione la mancanza di percorsi formativi ad hoc allontana studenti e studentesse, dottorandi/, ricercatori e ricercatrici dalle linee di ricerca e di formazione proprie degli studi di genere/delle donne - scoraggia, ad esempio, dal proporre tesi di dottorato su questi temi. Si attua una “selezione in negativo”, per così dire: interessanti risorse potenziali vengono dirottate su altre aree di ricerca oppure, più probabilmente, su altri atenei (spesso fuori dall’Italia).

Emerge, in sostanza, una discrepanza o non rispondenza tra l’interesse manifestato dalle studentesse e dagli studenti e l’offerta formativa degli atenei presi in considerazione.

Nella scarsità di offerta didattica dedicata al genere oltre che nella scarsità di finanziamenti di ricerca esclusivamente finalizzati a quest’area[2], si può trovare conferma della perdurante, scarsa istituzionalizzazione degli studi di genere/delle donne e della scarsa visibilità o legittimazione dell’approccio di genere nelle strutture accademiche italiane[3]. Questo punto è interessante non tanto, o non solo, perché rappresenta un’ulteriore conferma di un’ipotesi centrale dello studio: piuttosto, si tratta di un dato significativo in quanto indica la permanenza di alcuni meccanismi negativi, cui si è fatto cenno in precedenza, che caratterizzano lo sviluppo della prospettiva di genere nelle università italiane. Nonostante ciò, questi studi non sono assenti (si potrebbe dire, non “spariscono”), ma continuano a convogliare gli interessi e le energie di un certo numero di docenti, ricercatrici e studentesse. Si può affermare, in sostanza, che nelle università milanesi si continua a praticare un’ottica di genere, in linea con la storia, o la tradizione di studi delle donne, anche in assenza di una formalizzazione specifica di questa area in termini accademici.

Com’è piuttosto ovvio in un contesto di scarsa istituzionalizzazione, vi è una maggiore presenza di studi, ricerche e corsi dedicati alle tematiche di genere in quelle aree dell’attività accademica che permettono una maggiore libertà nella scelta dei contenuti - ad esempio, nelle parti monografiche o seminariali dei corsi, nei moduli opzionali, nelle tesi di laurea, nelle ricerche. Questo fatto, se da una parte indica una perdurante collocazione ai margini (dei programmi ufficiali, delle risorse predominanti) degli studi di genere e delle donne, dall’altra può essere letto come un elemento che scongiura il rischio di “formalizzazione” di questi studi, vale a dire la perdita di potenziale critico e innovativo in funzione delle regole e delle codificazioni dei saperi in ambito accademico.

pdf Report finale - Mappatura Progetto Universidonna

Riferimenti bibliografici

Barazzetti, D., Di Cori, P. (a cura di), 2001, Gli studi delle donne in Italia: una guida critica. Carocci

Barazzetti, D., Leccardi, C., Leone, M, Magaraggia, S., 2002, “Italy”, in: Griffin, G. (ed.) Women’s Employment, Women’s Studies, and Equal Opportunities 1945 - 2001. Reports from nine European countries. European Commission, University of Hull: pp. 177-230.

Barazzetti, D., Leccardi, C., Leone, M, Magaraggia, S., 2004, Women’s Studies in Italy: a Matter of Life, in Griffin, G. (ed.) Employment, Equal Opportunities and Women’s Studies,Königstein,  Ulrike Helmer Verlag, pp.115-138.


[1] Si tratta del “Master in Pari Opportunità” offerto dall’Università di Milano, e del corso di perfezionamento in “Genere e Processi Formativi” dell’Università di Milano-Bicocca.

[2] Nonostante l’opportunità rappresentata dai diversi programmi europei che prevedono finanziamenti per questo tipo di ricerche.

[3] In due dei tre atenei, nelle Università di Milano e di Milano-Bicocca, sono tuttavia presenti centri studi e coordinamenti che si occupano della promozione della cultura di genere: nell’Università di Milano il Centro studi e ricerche “Donne e differenze di genere”, afferente al Dipartimento di Studi del Lavoro e del Welfare; nell’Università di Milano-Bicocca  il coordinamento ABCD (Ateneo bicocca Coordinamento Donne).

 
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